“Quando ottieni un round di finanziamenti per la tua startup non dovresti festeggiare ma iniziare a preoccuparti”
È una frase che ho pronunciato qualche giorno fa ospite di Alex Pagnoni nel podcast Pionieri del Tech.
Durante la puntata abbiamo parlato di come costruire un’azienda software partendo da zero, senza capitali esterni e senza la fretta che il mercato delle startup impone come norma.
Il tema dei finanziamenti mi ha sempre appassionato e con Alex è nata una conversazione che ha preso direzioni inaspettate.
In questo articolo riassumo i punti salienti dell’intervista, la filosofia di Slope e la nostra visione di business. Il messaggio che voglio far passare è che esistono molti modi di fare impresa e la ricerca dei capitali non è quasi mai la via più facile, anzi.
C’è tanta confusione dietro al termine “startup”
Nel mondo del business tech il termine “startup” è diventato sinonimo di azienda giovane e ambiziosa, realtà rampanti dalla crescita rapida ed esponenziale. Ma questa equazione è una distorsione culturale che sta diventando sempre più radicata e per questo ho deciso di trattarlo come tema nel podcast.
Sono convinto che celebrare un round di finanziamento come un traguardo, anziché uno scomodo punto di partenza, significa accettare una narrativa in cui prendere soldi da un investitore sia un grande successo, quando in realtà è una cessione di controllo e un’aggiunta di complessità.
Con i finanziamenti si cedono quote, si accettano KPI imposti dall’esterno e si comincia a ragionare con una logica orientata all’exit piuttosto che alla costruzione di un business longevo.
Questo modo di fare business non è necessariamente sbagliato, certi business per loro natura hanno bisogno di grandi capitali, il problema è che l’approccio round driven viene venduto come l’unica strada percorribile agli imprenditori alle prime armi.
È proprio su questo che Alex mi ha incalzato durante la puntata domandandomi: se non cerchi capitali esterni, come cresci?
La risposta che ho dato allora vale anche qui.
La filosofia di Slope, slow and steady
L’approccio che abbiamo scelto fin dal 2016 per Slope è quello che chiamo “slow and steady“: costruire basi solide nel tempo, crescere a un ritmo sostenibile, non assumere più persone di quante il prodotto riesca a giustificare e aggiustare i processi che non funzionano.
Un’azienda che non brucia più di quanto produce può permettersi di aspettare, e spesso è proprio in questo tempo di maturazione che si costruisce qualcosa di estremamente duraturo.
La sindrome della startup grassa e il debito tecnico nascosto
Uno dei temi su cui mi sono soffermato con Alex è quello che in gergo si chiama “fat startup syndrome“.
Quando un’azienda raccoglie troppo capitale troppo in fretta, la tentazione è assumere velocemente per accelerare lo sviluppo e colmare i gap con più persone.
Il risultato è spesso una complessità organizzativa che cresce più velocemente del prodotto: il debito tecnico non cala, si nasconde sotto una massa di persone che lavorano su una codebase sempre più difficile da gestire.
Ovviamente c’è un rovescio della medaglia, il bootstrapping impone una disciplina che il capitale non obbliga mai ad avere.
In Slope ogni funzionalità ha un costo che viene pesato prima di sviluppare qualsiasi nuova feature, il team di prodotto e quello di ingegneria valutano insieme la complessità tecnica e il costo di manutenzione nel tempo.
Se l’impegno è sproporzionato rispetto al valore generato, la funzionalità non viene realizzata. A volte si procede prima a ottimizzare un aspetto tecnico, preparando il terreno per quando ci saranno le condizioni giuste.
Build vs Buy e l’identità del prodotto
Un altro tema che ho affrontato nell’intervista, e che ho trattato anche qui nel blog, è la scelta tra sviluppare internamente o acquistare software di terze parti.
Porto l’esempio di quando abbiamo deciso di costruire Peak, il nostro modulo di revenue management, avremmo potuto integrare una soluzione già esistente sul mercato e sarebbe stato più rapido cercare un’azienda da acquistare, ma avrebbe significato portare dentro una codebase esterna, con dipendenze che non controlliamo e una traiettoria di sviluppo influenzata dallo stack tecnologico con cui è stata costruita.
Per questo ritengo che il “dilemma” Make vs Buy non è solo una questione tecnica ma è anche una scelta identitaria che definisce fino a che punto si è davvero autori del proprio prodotto.
Le conseguenze si vedono nel lungo periodo, quando si tratta di aggiornare, integrare o evolvere il sistema. Chi ha scelto di investire nel costruire ha margini di manovra molto più ampi.
Intelligenza artificiale e la tentazione della velocità
Nell’ultima parte della conversazione con Alex non potevamo non parlare come gestire la pressione dell’intelligenza artificiale senza perdere la visione.
Sull’intelligenza artificiale il mio approccio è abbastanza pratico.
La velocità con cui il settore si muove genera una forma di FOMO che porta spesso a decisioni affrettate e a un accumulo di debito di processo oltre che tecnico.
Abbiamo ricordato come andare velocemente non è utile se si va nella direzione sbagliata, e questa è la stessa logica che ha guidato la costruzione di Slope fin dall’inizio: costruire qualcosa che duri, con le risorse che si hanno, senza confondere la velocità con il progresso.
Se le fondamenta sono solide il progresso arriva, e arriva amplificato, basta saper attendere.




